|
Storia delle Pistole
ad Aria Compressa
Malgrado le competizioni per pistole ad
aria compressa siano nate in tempi alquanto recenti, le armi sono state
sviluppate lungo un percorso storico e tecnico molto interessante, nato a
partire dagli anni quaranta.
La Germania
post-bellica.
Alla fine della Seconda Guerra
Mondiale, gli Alleati imposero alla Germania dure sanzioni e restrizioni, tra le
quali anche quelle relative alla produzione ed alla detenzione delle armi da
fuoco, sia fucili che pistole.
Questo limitò non solo gli utilizzi
tradizionali delle armi (pensiamo, ad esempio, alla caccia) ma anche il loro
utilizzo a livello sportivo, sia amatoriale che agonistico.
I costruttori tedeschi cercarono quindi
nuove strade per aggirare, o più semplicemente evitare, le restrizioni alle
quali erano soggetti, sviluppando tutta la moderna tecnologia delle armi ad aria
compressa.
Ma quali erano gli obiettivi
fondamentali che bisognava porsi? Fondamentalmente
bisognava sviluppare delle armi in grado di non far rimpiangere quelle a fuoco
su tre aspetti fondamentali: la precisione, l'affidabilità ed il prezzo, in
maniera da permetterne un utilizzo continuativo, anche nelle competizioni più
importanti ed alla portata di un buon numero di appassionati.
La prima generazione: le pistole molla - pistone
La fabbrica Diana produceva già delle
carabine che possiamo chiamare a molla-pistone: l’energia per spingere il
pallino proveniva dall'aria, compressa da un pistone che, in fase di
caricamento, caricava una robusta molla.
All’atto dello
sparo, la molla veniva liberata e il pistone, così alimentato, accelerava
comprimendo l’aria davanti a sé. Si trattò, semplicemente, di riprogettare il
tutto in dimensioni, masse ed energie specifiche per un'arma corta...
Queste pistole dimostravano già una
buona precisione, ma niente a che vedere con quella permessa dalle contemporanee
armi a fuoco e quindi, pur se interessanti, non erano ancora all’altezza delle
competizioni sportive.
Il difetto
principale di questa tecnologia era dato dell’enorme sensazione di rinculo che
queste armi producevano; dato che la velocità del pallino era comunque alquanto
ridotta (di certo molto inferiore ai 150 – 160 metri al secondo delle armi
moderne), l’effetto del rinculo avveniva mentre il pallino stava ancora
attraversando la canna, deviandone quindi in maniera sostanziale la traiettoria
e dunque il punto di impatto con il bersaglio.
Un grande passo avanti fu realizzato
dalla Feinwerkbau che riuscì a ridurre
l’effetto del rinculo ed i problemi che ne derivavano tramite
l'introduzione di una slitta ammortizzata, solidale con il corpo dell’arma,
sulla quale potesse muoversi il complesso della canna e degli organi meccanici
connessi.
Questo sistema permetteva di assorbire
in maniera migliore la forza di rinculo e soprattutto di farlo in asse con la
canna riducendo così le coppie che facevano precedentemente ruotare l'arma
intorno ai propri assi.
La Feinwerkbau sviluppo questo sistema
inizialmente per le proprie carabine e, una volta adattato alle dimensioni di
una pistola, sviluppo una serie
di pistole ad aria compressa dotate finalmente di una precisione
più che sufficiente per affrontare le gare.
La Feinwerkbau
divenne, così, la pistola per definizione a livello agonistico e
competitivo.
Questo fu, in realtà, il punto di
svolta nella storia delle armi ad aria compressa; il fatto che uno dei
produttori storici tedeschi avesse dimostrato la possibilità di creare armi ben
fatte, affidabili e precise al punto giusto per poterle utilizzare in ambito non
solo amatoriale ma anche agonistico, ai massimi livelli possibili, aprì la corsa
ad un costante miglioramento della tecnica e delle prestazioni, con
l’introduzione di idee sempre nuove e vincenti.
La seconda generazione: le pistole ad aria pre-compressa
Un grande e rinomato produttore tedesco
di armi, la Walther Waffenfabrick, cominciò a questo punto ad interessarsi
all'aria compressa, presentandosi sul mercato con un’innovazione molto
interessante: invece di ricavare la compressione dell’aria da un sistema
molla-pistone liberato al momento dello sparo, la Walther progettò un’arma
in grado di conservare l’aria, pre-compressa tramite un pistone azionato
con il contributo di una leva, in una camera a tenuta di pressione.
L'aria in pressione veniva quindi
semplicemente liberata al momento dello
sparo, tramite l'apertura di una valvola apposita. Evitando il movimento del
complesso molla-pistone, l’arma della Walther garantiva una forza di
rinculo ridottissima, quasi inavvertibile rispetto alle armi precedentemente
poste sul mercato. E questo, ovviamente, ne decretò l’immediato successo.
La Feinwerkbau continuò comunque a
dominare le scene mondiali, soprattutto dopo che un tiratore statunitense, Don
Nygord, si presento ai Campionati del Mondo del 1981 con una versione
personalizzata, avente una canna decisamente più corta del normale; questo aveva
un buon influsso sia sull’equilibrio dei pesi che sull’equilibrio delle forze di
inerzia e di rinculo, senza per questo diminuire la precisione effettiva
dell’arma.
La casa madre non si fece sfuggire
l’occasione, e mise subito in produzione un’arma con queste nuove
caratteristiche; pensate che questa versione, avente la tecnologia
molla-pistone e la canna accorciata, restò in produzione ancora per diverso
tempo!
Ma, nel frattempo, l’idea sviluppata
dalla Walther stava prendendo piede, e numerose armi ad aria pre-compressa
si affacciavano sul mercato; le statunitensi Powerline e Daisy
commercializzarono una serie di prodotti molto interessanti che, al di là delle
specificità progettuali, per la prima volta furono disponibili in una varia
scelta di configurazioni e di modelli: diverse canne, diverse lunghezze delle
linee di mira, diverse impugnature e grilletti… il tutto con prezzi variabili.
Per la prima volta, se vogliamo, le armi da competizione venivano
realizzate in una linea di prodotto, permettendo al tiratore di trovare
la configurazione più adatta alle proprie esigenze.
Nello stesso periodo si sono affacciate
sul mercato due aziende italiane, la Domino e la Airmatch, che sono riuscite a
proporre armi molto interessanti, di grande affidabilità e dalle indubbie
qualità agonistiche. La tecnica di base era, a questo punto, sempre la stessa:
aria pre-compressa tramite un cilindro mosso a leva… con la forza del
tiratore!
Ma… la prossima rivoluzione era dietro
l’angolo… e si chiamava anidride carbonica.
La terza generazione: le pistole ad anidride carbonica
Ogni nuova tecnologia migliora
alcune cose ma introduce nuovi problemi... ripercorrendo la
storia fin qui tracciata, il primo difetto, ovvero l’eccesso di rinculo, è stato
risolto, vuoi in via meccanica (armi a slitta di tipo Feinwerkbau) vuoi in via
strutturale (armi ad aria pre-compressa di tipo Walther); il secondo, cioè lo
sforzo richiesto al tiratore per ricaricare la propria arma, proprio no.
Dal punto di vista del tiratore,
le armi ad aria compressa erano decisamente faticose: pensiamo,
infatti ad una… sessantina di ricariche, più quelle determinate
dall'effettuazione dei tiri di prova, da effettuarsi in meno di due ore...
Si doveva trovare, quindi, una
soluzione che coniugasse i vantaggi balistici dell’aria precompressa con una
qualche forma di comodità per il tiratore e di semplificazione della meccanica
generale per l’arma. Così nacquero le armi a serbatoio, in cui il
propellente (aria o gas compresso che fosse) veniva pre-caricato in un opportuno
serbatoio, solidale con l’arma, ed utilizzato poco alla volta, ad ogni scatto.
Il propellente utilizzato, in questo
caso, fu la anidride carbonica, un gas denso, pesante, in grado di
trasmettere un'ottima spinta al pallino.
L’introduzione del serbatoio, posto
necessariamente al di sotto della canna dell’arma, contribuì anche ad abbassare
il baricentro complessivo dell'arma, migliorando la stabilità complessiva
all’atto dello sparo.
Vennero così presentate le Feinwerkbau,
le Walther, le Hammerli, mentre negli anni ottanta si aggiunsero nuovi
produttori, tutti con interessantissime offerte basate su questa nuova
tecnologia: Steyr, Morini, Pardini, Domino, FAS e tanti altri.
Sembra quasi di avere trovato l’arma
perfetta, vero? Ma non è così… l’evoluzione è sempre in agguato e, guarda caso,
nuovamente per mano di Don Nygord, che nel 1991 introdusse uno strano
"complemento", il compensatore, ovvero un terminale di canna,
opportunamente progettato, in grado di ridurre la turbolenza dei gas che
spingono il pallino.
Dobbiamo pensare, infatti, che un
pallino per pistola ad aria compressa pesa mezzo grammo e che esso, quindi, può
essere facilmente disturbato nella sua traiettoria dai gas che, alla fine della
canna, incontrano l’aria libera ed entrano in regime di turbolenza;
l’applicazione di questo accessorio, apparentemente banale, ha quindi consentito
un nuovo passo avanti nella tecnologia delle armi ad aria compressa migliorando
enormemente la precisione e la costanza di prestazioni delle stesse.
Ne derivò un’intera generazione di armi
dalle prestazioni straordinarie: le varie Pardini, Feinwerkbau, Steyr, Morini, …
La quarta generazione: le pistole ad aria
Ma… ogni tecnologia, ogni sviluppo,
ogni idea portano con sé, oltre ai pregi di immediato impiego, anche alcuni
difetti che, magari, compaiono in tempi successivi; la anidride carbonica,
che è un propellente probabilmente migliore dell’aria atmosferica, risente
purtroppo in maniera terribile degli sbalzi di temperatura e queste variazioni
si riflettono, inevitabilmente, sulle prestazioni complessive dell’arma.
Questo stimolò nuovi studi, portando
all’unica soluzione possibile… l’aria atmosferica compressa!
Fu il produttore
svizzero Morini a tracciare questa nuova, e per ora ultima, rivoluzione, creando
una pistola a serbatoio, ma con l’aria atmosferica come propellente al posto
dell’anidride carbonica; e poi… tutti gli altri produttori seguirono questa
idea: Hammerli, Walther, Steyr, Feinwerkbau, …
Ma… volete avere un'idea del
passaggio delle consegne, tra queste due generazioni di armi? Un momento
storico, una dimostrazione dei risultati di questa rivoluzione?
La Pardini, italianissima di Lido di
Camaiore, è stata l'arma vincente alle Olimpiadi di Atlanta, con una K2
alimentata ad anidride carbonica; quattro anni più tardi, la stessa arma, ma
alimentata ad aria atmosferica, ha vinto nuovamente la medaglia d’oro, a
Sydney!
Gli antenati: Paul Giffard
Le moderne pistole ad anidride
carbonica hanno una storia... centenaria: basandosi su una propria idea ed un
successivo brevetto del 1859, il francese Paul Giffard depositò infatti nel 1889
il brevetto per una
pistola ad aria compressa, che
già prevedeva un serbatoio smontabile per l'anidride carbonica,
avvitato alla valvola di pre-carica posta al di sotto della canna!
Pensate che...
nel brevetto stesso si parla esplicitamente di serbatoi aggiuntivi per una
rapida ricarica dell'arma!
(basato su
un testo di Patrick Rowling)
|